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CENTO ANNI FA NASCEVA ROBERT CAPA (1913-1954)

22-10-2013 22:42

ROBERT CAPA , Il nomade della fotografia (1913-1954)
Nel centenario della sua nascita

di Dino Dringoli


“La macchina fotografica di Capa coglieva l’emozione e la tratteneva.
Le sue foto non sono incidenti perché l’opera di Capa è in sé stessa
la fotografia di un grande cuore e di un’empatia irresistibile”
[John Steinbeck]




Il 22 ottobre 1913 nasceva a Budapes[/img] t Robert Capa, al secolo Endre Ernö Friedmann, uno dei più grandi fotografi di sempre e il più grande fotoreporter che la storia abbia mai conosciuto.
Figlio della borghesia ebraica ungherese, trascorse la sua giovinezza nella Budapest del primo dopoguerra mostrando già i segni di quella irrequietezza, indipendenza ed esuberanza che sarebbero stati tratti costanti della sua vita. Da adolescente, insofferente alla vita borghese ed alla dittatura di Miklós Horthy, si avvicinò agli ambienti socialisti e sindacali partecipando attivamente alle manifestazioni operaie di Budapest. In seguito alla sua attività politica venne arrestato nel 1931 e poi scarcerato con l’imposizione, tuttavia, di lasciare l’Ungheria.
La famiglia lo mandò quindi a Berlino per proseguire gli studi, e a diciotto anni Endre lasciò la sua casa paterna per iniziare una avventurosa vita da nomade.
A Berlino Endre si iscrive alla facoltà di scienze politiche e giornalismo ed entra in contatto con la colonia di intellettuali ungheresi esuli in Germania, e in particolare con gli antesignani del cinema e della fotografia ungherese guidati da Lászlo Moholy-Nagy.
La grande crisi del 1929 tuttavia non tardò a far sentire i suoi devastanti effetti anche in Europa, e nel 1932 la madre gli comunicò di non avere più risorse per mantenerlo. Endre inizia quindi a vivere come un senzatetto adattandosi ai lavori più disparati, fino a quando non trova un impiego come fattorino ed assistente alla camera oscura dell’agenzia fotografica berlinese Dephot. Il direttore dell’agenzia si accorge delle potenzialità del giovane e lo mette alla prova prestandogli una Leica, fotocamera piccola e maneggevole, e inviandolo a realizzare servizi per la città. Impressionato dalle capacità di Endre, nel novembre del 1932 il direttore decide di affidargli l’impegnativa missione di fotografare Leon Trotskij durante un comizio a Copenhagen. Missione quasi impossibile perché il leader russo aveva imposto un divieto tassativo a fotografarlo. Ma Endre con la sua piccola Leica riesce ad intrufolarsi fra la folla e a scattare una serie di incredibili ed uniche immagini che immortalavano con straordinario realismo il carisma e la passione oratoria di Trotskij.
Sembrava che Endre avesse finalmente trovato la sua strada, ma l’avvento al potere di Hitler nel 1933 e le prime repressioni nei confronti dei comunisti e degli ebrei costrinsero Endre a lasciare Berlino per Parigi.
L’impatto con la capitale francese, meta di esuli da tutta europa, fu difficilissimo per Endre che, non riuscendo a proseguire la sua professione di fotografo visse di espedienti.
Fu proprio a Parigi, tuttavia, che nei caffè di Montparnasse e nell’ambiente degli esuli fece la conoscenza di alcune persone che si riveleranno determinanti per la sua strepitosa carriera di fotografo: la tedesca Giséle Freud che si manteneva con i reportage fotografici, l’intellettuale polacco David Szymin, detto Chim, anch’egli fotogiornalista alle prime armi che lo presenta ad Henry Cartier Bresson. Insieme al loro maestro, il fotografo ungherese André Kertèsz, Endre, Chim e Cartier-Bresson costituiranno quell’indissolubile trio che sarà all’origine della rivoluzione fotografica e dell’agenzia Magnum.
A Parigi Endre conosce inoltre la profuga tedesca Gerda Pohorylles. Donna bellissima, dal carattere risoluto e determinato, Gerda è una militante del partito comunista e, oltre che amante, sarà la manager di Endre procurandogli contatti con le case editrici e le agenzie fotogiornalistiche e soprattutto aiutandolo ad assumere un atteggiamento più professionale e meno zingaresco. Endre, per contro, insegna a Gerda l’uso della Leica e la tecnica fotografica.
Tuttavia, nonostante qualche progresso, Endre non riesce ad emergere, vittima del pregiudizio di molti editori francesi nei confronti di un esule ungherese di idee socialiste e che conosceva poco la lingua.
Inoltre a Parigi c’era un fotografo molto affermato di nome George Friedmann, e poiché sulle riviste era consuetudine indicare il fotografo solo con il cognome si ingenerava una certa confusione che andava a discapito del più giovane ed inesperto Endre.
È proprio in questo frangente che nasce il mito di Robert Capa.
Gerda ed Endre si inventano il personaggio del famoso e misterioso fotografo americano Robert Capa le cui foto, in realtà scattate da Endre, sono vendute dal suo agente, Gerda, la quale a sua volta cambia il proprio nome in Gerda Taro.
I giornali francesi, attratti dal mitico personaggio d’oltreoceano, iniziano ad acquistare le fotografie di Robert Capa pagandole anche il triplo rispetto ai prezzi di mercato. È la svolta, e Robert Capa diventa famoso in tutta Parigi.
Quando lo stratagemma venne scoperto, Endre assunse ufficialmente il nuovo nome di Robert Capa, dimostrandosi all’altezza della reputazione dell’immaginario fotografo americano.
Nel luglio 1936 scoppia la guerra civile spagnola e Robert Capa e Gerda Taro, con un contratto della rivista “Vu”, si recano in Spagna dove realizzeranno uno dei più straordinari reportage di guerra nella storia della fotografia moderna. È in Spagna inoltre che Capa scatta una delle sue fotografie più famose, il Miliziano colpito a morte, che gli procurò grandissima fama.




Nel novembre del 1936 si reca a Madrid per documentare gli effetti dei primi bombardamenti a tappeto. In questo frangente Capa rivela, con una serie di indimenticabili e drammatici scatti, la sua caratteristica di fotografo di strada, descrivendo gli effetti della guerra attraverso i volti delle persone: donne, uomini, bambini, anziani e soldati immortalati nella loro disperazione, fatica e terrore a margine dei terrificanti bombardamenti.
A Madrid Capa conosce Ernest Hemingway con il quale instaurerà una intensa amicizia. Capa tra l’altro realizzerà in Spagna una serie di ritratti dello scrittore americano che proprio sulle fotografie di Capa baserà gran parte del suo romanzo Per chi suona la campana.
La fama di Capa in Spagna crebbe in maniera esponenziale e le principali riviste di tutto il mondo, fra le quali “Regards”, “Weekly Illustraed” e soprattutto “Life” iniziarono a richiedere e pubblicare le sue foto dal fronte spagnolo.
In Spagna Gerda e Capa si separano sia professionalmente che sentimentalmente: Gerda infatti, che nel frattempo aveva attivamente abbracciato la causa repubblicana, rivendicava una sua autonomia professionale come fotoreporter dedicando tutte le sue energie al lavoro. Capa si reca quindi a Bilbao a documentare i bombardamenti aerei su quella città mentre Gerda segue le vicende al fronte dove, nella drammatica ritirata dopo la battaglia di Brunete, trova la morte investita da un carro armato. Aveva solo ventisei anni.
Al ritorno dalla guerra civile spagnola Capa è un fotoreporter celebre in tutto il mondo e con in tasca un contratto con la rivista americana “Life”.
Agli inizi del 1938 si reca in Cina invitato dal regista olandese Joris Ivens per realizzare un documentario sull’aggressione giapponese ma, rientrato a Parigi, decide di ripartire per la Spagna per documentare la disfatta della repubblica spagnola realizzando alcune foto di straordinaria intensità come la sfilata di addio delle brigate internazionali a Barcellona che riprende i volti stremati dei volontari che sfilano in corteo con il pugno chiuso alzato, o come la straziante foto di una vecchia donna che, in stato di shock, cammina intorno al suo carro colpito da un attacco aereo sulla strada da Tarragona a Barcellona.
Torna a Parigi alla vigilia della seconda guerra mondiale e il governo francese inizia ad internare i simpatizzanti comunisti e Capa decide quindi di trasferirsi a New York.
Svogliatamente lavora per “Life” che gli commissiona reportage che non lo appassionano: la sua natura, ormai, era quella del fotoreporter di guerra e Capa desidera fortemente tornare in Europa al fronte.
Ottiene solo di essere inviato da “Life” in Inghilterra a documentare lo spirito della popolazione inglese sotto i bombardamenti italo-tedeschi e realizza alcune foto incentrate su padre Hutchinson, pastore di St. John, che celebra la S.Messa in una chiesa scoperchiata dai bombardamenti.
Finalmente, nel marzo del 1942, viene inviato in Algeria per seguire l’offensiva del generale Patton. Da qui segue l’armata americana in Sicilia e a Napoli, scattando una serie di indimenticabili e drammatiche immagini della popolazione e dei paesi devastati dalla guerra. Famosissime le foto delle donne napoletane vestite di nero che gridano in piazza il loro dolore, quella del contadino siciliano che indica la strada ad un marine e quella, intensissima, di un padre che tiene in braccio la figlia ferita a Troina.
A Napoli fa la conoscenza di un fotoreporter di guerra inglese, George Rodger, che sarà uno dei cofondatori della agenzia Magnum.
Vola quindi a Londra dove si viveva la frenetica attesa dello sbarco alleato in Normandia al quale Capa non voleva mancare e nel maggio del 1944 gli viene comunicato che sarebbe stato uno dei fotografi scelti per documentare lo sbarco alleato in Francia. Per essere certo di trovarsi nel mezzo degli avvenimenti si unisce alla compagnia E del II battaglione che sbarcherà per primo a Omaha Beach e si imbarca insieme ai marines. In mezzo al fuoco di sbarramento dell’artiglieria tedesca, fra i cadaveri galleggianti e con le mani intirizzite dal freddo, Capa scatta due rullini di straordinarie ed uniche immagini prima di crollare in un sonno profondo su un mezzo sanitario alleato.



Purtroppo, nella fretta di sviluppare i rullini, un tecnico di camera oscura alzò la temperatura dell’essiccatoio fondendo l’emulsione delle pellicole: solo undici fotografie sfocate si salvarono e che andarono tuttavia a documentare lo sbarco in Normandia e che ispireranno il titolo dell’autobiografia di guerra di Robert Capa, Slightly out of focus (leggermente sfocate).
Dopo lo sbarco in Normandia Capa segue l’esercito americano realizzando memorabili scatti.
È fra i primi ad entrare a Parigi e documenta la liberazione della capitale con toccanti immagini fra le quali si ricordano quella del generale De Gaulle che saluta la folla e quella di uomini e donne che si gettano a terra per non essere colpiti dal fuoco dei cecchini tedeschi.
Nella Parigi liberata Capa trova il tempo per realizzare un bellissimo scatto di Picasso nel suo studio circondato dagli amici.


Dopo un breve soggiorno a Londra riparte per il fronte al seguito della XVII divisione aviotrasportata e viene paracadutato sotto il fuoco nemico in territorio tedesco. In Germania Capa fotografa la popolazione in fuga e le cittá in fiamme. Ma è a Lipsia che realizza uno dei suoi scatti più drammatici e angoscianti: all’interno di una abitazione fotografa un caporale americano, intento a montare una mitragliatrice, appena colpito a morte da un cecchino tedesco. Una straordinaria immagine che nella sua cruda drammaticità replica quella del Miliziano colpito a morte scattata in Spagna.
Alla fine della guerra, celebre in tutto il mondo a soli trentuno anni, Robert Capa vive una fase di profonda crisi esistenziale.
Inoccupato, depresso, sostanzialmente solo, Capa è indeciso sul suo futuro professionale. All’hotel Ritz incontra Ingrid Bergman con la quale instaura una profonda amicizia ed una relazione sentimentale e che riprende in alcuni indimenticabili ritratti fotografici.
Sempre più indeciso prova la via del cinema seguendo proprio la Bergman ad Holliwood ma senza entusiasmo e senza successo.
Finalmente nel 1947 insieme a Cartier-Bresson, David Seymour-Chim, George Rodger e Willian Vandivert, fonda a New York la Magnum, una cooperativa fotografica con sedi a New York e a Parigi e che diventerà in breve la più celebre e blasonata agenzia fotografica del mondo annoverando i più famosi fotografi in circolazione fra i quali Elliott Erwitt, Werner Bischof, Erich Hartmann e Ferdinando Scianna solo per citarne alcuni.
La particolarità della Magnum era che i fotografi associati rimanevano proprietari delle proprie fotografie e dei negativi che l’agenzia poteva vendere alle riviste di tutto il mondo.
Capa si trasforma quindi in imprenditore insieme a Bresson e Chim portando la Magnum alla massima celebrità.
Conduce come al solito una vita dissoluta e al di sopra delle sue reali possibilità, fra donne, gioco d’azzardo e serate nei locali notturni. Dotato di un fascino irresistibile, con l’aria da guascone e circondato dall’aura del suo mito, è attorniato da molte donne ma, coerente con il suo spirito nomade e libero, non riuscì mai a stabilire una relazione duratura.
Nel 1948, entusiasmato dalla nascita dello stato di Israele, si reca in Palestina per documentare la fondazione della nuova nazione ebraica.
Realizza nel frattempo alcune memorabili fotografie che ritraggono Pablo Picasso a Golfe-Juan ed Henry Matisse mentre dipinge nel suo studio.
Riprende a collaborare con “Life” che nel 1954 gli offre un contratto per un reportage sulla guerra franco-vietnamita. era l’occasione che attendeva e si reca in Indocina dove dopo la battaglia di Dien Bien Phu le truppe francesi sono in ritirata. Immortala soldati francesi stremati e feriti e scene di straziante dolore come la foto di una donna vietnamita che, con il figlio in braccio, piange sulla tomba del marito.
Ma l’istinto del fotoreporter di guerra ha il sopravvento sul pericolo: il 25 maggio 1954 Capa accetta di seguire un reparto di militari diretto verso alcuni forti ancora in mano francese attraverso un percorso costellato di cecchini e di campi minati. Durante il trasferimento fotografa le truppe francesi in marcia fra le risaie cui fanno da contrasto i contadini vietnamiti che continuato imperturbabili a lavorare i campi: per seguire più da vicino la marcia dei militari scende dalla jeep e dopo pochi metri finisce su una mina antiuomo che lo uccide all’istante.
Finisce così, a soli quarantuno anni e durante un reportage di guerra, la vita di Robert Capa, probabilmente il più grande fotoreporter di tutti i tempi, il fotografo del D-Day e della guerra civile spagnola, il fotografo nomade che amava ripetere: “se le tue immagini non sono abbastanza buone è perché non sei stato abbastanza vicino”.

A Villa Manin (Codroipo) è stata allestita una mostra sul grande fotografo ungherese dal titolo "Robert Capa: la realtà di fronte"

SITO DELLA MOSTRA: http://www.villamanin-eventi.it/mostra_capa.php

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